pensare al dolore

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Dovremmo ammettere di aver sempre sbagliato a trattare il Dolore?

Da Fisioterapista ho fatto i miei errori e, lo ammetto, anche parecchi. Ho iniziato ad approcciare allo studio del Dolore (in maniera seria) relativamente da poco, e, già dall’inizio, mi sono accorto di quanti sbagli ho commesso con i miei pazienti e quante persone non ho aiutato correttamente nel migliorare la loro situazione.

Perché? Semplicemente ero ignorante. Avevo una comprensione troppo superficiale del dolore ed, in quanto tale, ero portato ad erogare cure e trattamenti privi di ogni logica imputando la colpa ai pazienti nel caso questi non migliorassero come mi aspettavo. Perché quando tratti pazienti che soffrono di dolore persistente ed, in particolare modo, fibromialgia, nell’utilizzare le tecniche tradizionali il risultato è sempre lo stesso: fallimento. Anch’io facevo parte di quei clinici che lavoravano schiavi della visione tradizionalistica che viene ancora oggi impartita sul dolore che altro non può fare che produrre cure inefficaci.

Varie circostanze personali e professionali mi hanno portato ad approfondire l’argomento ed, in particolare modo, fu fondamentale una frase di un mio mentore: “prima di curare la fibromialgia, chiedi al tuo paziente di rinunciare a tutte le convinzioni, atteggiamenti e scelte che lo hanno portato a questa condizione“.

Ad un analisi superficiale potrà sembrare che questa frase possa lasciare intendere che la fibromialgia non è reale e frutto solo di un malessere psicologico. Ma nasconde ben altro. Il dolore cronico è spesso frutto di un “Iperattivazione del sistema nervoso” che predispone a vari fenomeni, fra i quali la sensibilizzazione centrale, che permettono l’instaurarsi del dolore in forma persistente. E questa iperattivazione è spesso causata anche da stress legati al nostro stile di vita – non solo quelli ovviamente. E, se anche non ne fossero la causa primaria, sicuramente scelte, convinzioni ed atteggiamenti influiscono sul perpetuarsi del dolore, come l’attuale modello biopsicosociale del dolore ci lascia intendere.

Confrontarsi con i propri errori

Confrontarsi con il fallimento dei metodi studiati e dei trattamenti finora eseguiti non è facile. Per niente. Ho vissuto la mia carriera professionale con tanti – forse eccessivi – “mah”. Come ogni bravo neolaureato anche io mi gettai nel primo corso alla moda che imponeva la mia annata: un bel corso di Rieducazione Posturale, per poi passare da un corso all’altro per rendermi conto, troppo tardi nel mio caso, che nella maggioranza dei casi era solo fuffa.

Mi accorsi che studiando un pò più da casa, fidandomi meno dei fuffa-coach e pseudo-professori da quattro soldi, ed affidandomi a quelle semplici 4 cose che le Evidenze scientifiche ci paventavano come efficaci, i risultati arrivavano comunque. E, mentre passava il tempo, mi accorgevo che effettivamente i risultati erano migliori, con meno sedute e con 0 (ZERO) metodiche applicate. Solo suggerimenti sullo stile di vita e raccomandazioni varie. Questo in un 40-60% dei casi. Gli altri casi erano, nella stragrande maggioranza dei casi, pazienti post-operatori e post-infortunio che, ovviamente, prevedono più sedute consecutive per una corretta gestione. Ma meno sedute significava anche meno soldi su singolo paziente. Ebbene si!

In questo caso bisogna fare una scelta: professionalità o dio denaro? Ho scelto la prima che, per fortuna, nel tempo mi ha dato più ampie soddisfazioni con i miei pazienti, più pazienti che si fidano di me e…il guadagno vien da sé. Alla fine è questione di numeri: meglio 10 pazienti che fanno 10 sedute o 50 pazienti che fanno 2 sedute?

Ho preferito dire la verità ai miei pazienti. E cioè che se vogliono veramente ridurre il loro dolore cronico, devono smetterla di affidare la responsabilità della cura solo agli altri, me compreso.

Di conseguenza, ancor prima di parlare di terapie efficaci, sarebbe prima necessario parlare di pazienti efficaci, consapevoli di avere il compito di prendere essi stessi le giuste decisioni per salvaguardare la loro condizione.

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Pazienti efficaci

Il Dolore è la madre di tutti i sintomi e spesso ci dimentichiamo che, anche se interpretato come “segnale di allarme”, è pur sempre un’elaborazione sensoriale, il prodotto di una Neuromatrice del dolore. Per farla breve il Dolore è nel tuo cervello, una sua elaborazione. Anche se tu lo senti nella tua mano, pancia, gamba od orecchio, in realtà è un elaborazione del sistema nervoso: il dolore è nella tua calotta cranica. Come tale, trattare il tuo corpo, è semplicemente una totale perdita di tempo sia per te che per me come fisioterapista.

Semplicemente perché nel dolore cronico, a meno che non stiamo di fronte ad una patologia conclamata (come una malattia oncologica), di norma non abbiamo neppure più una causa organica da cercare nel corpo da imputare come causa dei tuoi mali. Perché – ripetiamolo ancora una volta – il dolore è nel tuo cervello.

Come possiamo quindi eliminarlo o semplicemente ridurlo?

Riabilitando il cervello. Il problema è che non è facile. Ma una cosa la sappiamo: il paziente è la chiave del trattamento. Se lui in primis non si mette al centro del trattamento, e noi come “guide”, non smettiamo di vederlo secondo un ottica biomeccanica, non si otterranno grandi risultati. I migliori Programmi di Riabilitazione del Dolore Cronico prevedono un approccio multimodale basato sul modello biopsicosociale.

Qui inizia la sfida. Come fai a convincere le persone a sradicarsi da tutte quelle convinzioni limitanti che le tengono ancorate al loro dolore?

Se proprio dobbiamo impiegare il nostro tempo ad aggiornarci su cosa possiamo effettivamente fare di buono per i nostri pazienti… cercare una risposta a questa domanda non sarebbe tempo sprecato.

Una Rivoluzione culturale e professionale che ci obbligherebbe ad ammettere che ci siamo riempiti lo studio di terapie e macchinari che non servono per trattare il dolore cronico come volevano farci credere.

Per noi, e per i pazienti.