viaggio nel dolore

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Non c’è nulla di più temuto e nello stesso tempo utile del dolore. Il Dolore è la madre di tutti i sintomi e, nello stesso tempo, un ottimo insegnante. Ci insegna ad evitare di toccare il fuoco, di stare attenti alle spine o agli aghi, ai veleni e ad ogni altra situazione potenzialmente lesiva o fatale. Ci allerta in caso di malattia o problemi di salute importanti. Ma, come tutti abbiamo avuto modo di sperimentare, è anche una sensazione spiacevole ed, in alcuni casi, debilitante. Il dolore è parte integrante della vita ed è per questo che va rispettato ma, nello stesso tempo, capito.

Il dolore come uno storico compagno di viaggio

Viviamo in una società in cui uno dei più grandi problemi sanitari, che innalza inesorabilmente i costi dell’assistenza sanitaria globale, è il dolore cronico. Questo può essere sia Primario, ovvero derivato da una malattia, come un processo oncologico o la malattia di Lyme, o secondario, ovvero un dolore idiopatico, senza un preciso fattore scatenante da indicare come possibile causa. Nonostante le importanti e recenti scoperte nello studio sul dolore, come l’introduzione di una nuova tassonomia che introduce il termine dolore nociplastico, per distinguere il dolore della Fibromialgia e del Mal di schiena cronico, queste scoperte faticano ad essere accettate ed implementate nella pratica clinica.

Ad oggi, per combattere il dolore, uno dei trattamenti più in voga è ancora il classico farmaco antidolorifico a base di oppiacei.

Questi ultimi sono a volte molto efficaci nel ridurre il dolore che ci porta così tanta sofferenza nella nostra quotidianità, ma nascondono anche molti effetti collaterali: dipendenza ed iperalgesia sono gli effetti avversi più comuni con un utilizzo prolungato di questa classe di farmaci.

Storicamente utilizzare sostanze di vario tipo per stordire i pazienti sofferenti è stata sempre una pratica assai diffusa. Nel ‘600 utilizzare l’oppio per alleviare il dolore era una pratica ampiamente riconosciuta come valida per diminuire le sofferenze delle persone. Nel ‘800, l’etere ed il cloroformio furono introdotti come anestetici per la pratica chirurgica.

Per quanto alcuni medici potessero non vedere di buon occhio queste pratiche, è risultato però oggettivo che grazie a questi strani intrugli si ottenne la possibilità di operare il paziente in sicurezza senza avere la fretta di “richiudere” i pazienti per evitargli effetti avversi, o semplicemente poterono “bloccare” il dolore dei propri assistiti.

L’anestesia e gli antidolorifici oppiacei furono una benedizione.

Nel ‘900 venne il turno della morfina e dell’eroina che entrarono velocemente nel mondo medico sotto forma di potenti antidolorifici. Ma già agli albori del loro utilizzo, come per le altre sostanze, si incominciarono a delineare alcuni importanti effetti collaterali, primo tra tutti: la dipendenza.

Ma un nuovo elemento incominciò a prendere posto nel mondo medico e ad assumere un ruolo che negli anni sarà predominante: il dolore cronico in persone apparentemente senza patologie o lesioni visibili.

In precedenza, il dolore era considerato un problema da gestire solo in terapia d’urgenza (correlato a malattia, lesioni o ad un intervento chirurgico) o durante una morte dolorosa per cancro. Altri pazienti però lamentavano dolore nonostante non rientrassero in queste categorie ed erano spesso considerati malati immaginari o condannati come bugiardi o tossicodipendenti in cerca di farmaci per sballarsi. Questi pazienti, che non volevano usare droghe o non potevano in tal modo accedervi, si rivolgevano alla psicoterapia o venivano indirizzati alla neurochirurgia.

trattamento del dolore in 3d

Il problema del Dolore cronico

Il dolore cronico è ancora una delle condizioni più difficili da trattare. È estremamente difficile valutare gli effetti a breve ed a lungo termine di ogni particolare trattamento che usi. Il dolore è inoltre molto individuale.

L’unico modo per sapere se qualcuno sta soffrendo è chiederglielo.

Un altro motivo per cui il dolore cronico era – ma direi “è” – così complesso da affrontare è che chi nutre dubbi sulle modalità di trattamento o semplicemente sul suo riconoscimento, in parte, ha ragione.

Il dolore è, in una certa misura, davvero nella tua testa, anche se non nel senso dispregiativo. I segnali del dolore viaggiano attraverso il sistema nervoso del corpo, ma lo sono anche le informazioni emotive e cognitive. Man mano che le persone sviluppano condizioni di dolore, diventano più ansiosi – mi domando come si potrebbe non diventarlo. In alcuni casi sviluppano anche una depressione. Quell’ansia e la depressione rafforzano i segnali del dolore, amplificandone la percezione cosciente.
Anche se ovviamente sarò riduttivo nel descriverlo in questi termini, i tuoi pensieri ed il tuo continuo focalizzarti sul dolore, diventano essi stessi forma di dolore. Non a caso, come dico sempre durante le mie consulenza online, una delle cose più importanti da imparare è di non anticipare mentalmente o soffermarsi troppo sul dolore.

Più pensi al dolore, più dolore ci sarà.

Per quanto una persona con dolore persistente si possa sentire offeso da queste parole che sembrano voler sminuire la propria sofferenza, in realtà queste sono più vere di quanto siamo disposti ad ammettere. Non a caso pratiche come la Meditazione ed il Coaching (che insegno personalmente), ma anche la Terapia Cognitivo-comportamentale, sono efficaci nell’insegnare a gestire il proprio dolore, perché lavorano sulla componente emotiva e sulle convinzioni ed idee sul proprio dolore.

La formazione accademica e gli studi nel campo del dolore partiti negli anni 60 ed attivi ancora oggi, hanno contribuito ad una sempre più ampia conoscenza sui meccanismi alla base del dolore. Riviste di settore e di importanza internazionale come Pain, ed un associazione dedicata come la IASP (International Association for the Study of Pain) continuano a portare avanti un lavoro importante nonostante queste ricerche non vengano importate nella pratica clinica, come ho già spiegato più che diligentemente nel mio articolo più famoso sull’inutilità delle cure per il dolore cronico.

Per quale motivo? Per quale ragione c’è ancora tanta disinformazione ed i farmaci sono ancora oggi pubblicizzati come unica soluzione per il dolore cronico, allo stesso modo degli antidepressivi per la Fibromialgia.

La risposta forse la troviamo analizzando tre situazioni tipiche e che spesso, non me ne voglia chi legge, riflettono il panorama medico.

  • Il farmaco è una cura veloce ed economica. Viene il paziente a studio con un dolore cronico e si passa in rassegna ogni possibile suggerimento farmacologico e, una volta falliti tutti, ci si riduce ad alzare le braccia al cielo in segno di sconfitta. Stare ore a parlare con le persone sui possibili cambiamenti nello stile di vita e sulle metodiche che possono essere utilizzate per gestire il dolore senza l’utilizzo di farmaci è un processo lento e, per il paziente, più oneroso. Ho sottolineato “per il paziente“, perché il sistema sanitario in realtà ci risparmierebbe moltissimo.
  • Il farmaco ti fa star meglio “Ora”. La persona sofferente ha bisogno di questo, psicologicamente parlando. Se hai dolore vuoi stare meglio, e se questo meglio è subito, ben venga. Il farmaco può ottenere questo effetto. Al pari di una droga qualsiasi ti permette di allontanarti momentaneamente dal tuo dolore e stare più in pace con te stesso. Se poi nel tempo crea dipendenza, iperalgesia o semplicemente smette di far effetto, cambia farmaco. Ed il gioco ricomincia. I cambiamenti nello stile di vita hanno bisogno di tempo e determinazione nel mantenersi costanti.
  • Lo Stile di Vita non porta guadagno. No! Non sono un complottasta od un No-vax. Semplicemente è la verità. Se mangi prevalentemente vegetariano, ti muovi e fai sport, pratichi meditazione e sorridi felice, ti ammali di meno. Questo è un dato di fatto. Non rendi economicamente. Finanziare la cultura della Salute non porta guadagni futuri. Se si sceglie di finanziare le pubblicità dei farmaci, il cui 95% perfettamente inutile, è decisamente più redditizio nel tempo.

Questi non sono gli unici punti da poter analizzare, ce ne sono altri, ma vi rimando a questo altro articolo più esaustivo: Perché si continuano ad erogare cure inutili per il Dolore Cronico?

La verità è che il gli studi su come affrontare il dolore cronico non sta portando da nessuna parte dal punto di vista ambulatoriale. Ci si fa la bocca di mille metodiche e trattamenti farmacologici e non, ma la realtà è che ancora stiamo ai tempi del mesmerismo e dell’omeopatia, perché continuiamo ad utilizzare pratiche miofasciali, infiltrative, tecarterapia e rieducazione posturale per risolvere questi problemi. E se i farmaci rimangono l’unica opzione economica ed efficace, le persone continueranno a rivolgersi a loro, indipendentemente dai rischi. Abbiamo una “cultura della prescrizione“,e questa sta crescendo con il passare del tempo, invece che diminuire.

Viviamo in un epoca dove troppe persone vedono i farmaci come la risposta ideale non solo al dolore, ma al miglioramento delle loro vite.

Il dolore può rendere impossibile vivere la tua vita. Si perde così tanta qualità della vita che si è disposti a tutto. Quindi, per molte persone, se la soluzione significa anche che potrebbero diventare in qualche modo dipendenti da una droga, probabilmente pensano: “Beh, meglio di niente”.

Lamentosi, bugiardi e drogati – Ritratto di un paziente con dolore cronico

Da quando ho iniziato a studiare, approfondire e cercare intenzionalmente i pazienti con dolore cronico da trattare negli studi dove lavoro, per me è come se fosse una missione. Ho voluto indagare, ascoltare e percepire le loro storie e quello che sentivano. Ho voluto tentare di capire cosa provavano.

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Il Dolore cronico, al di fuori delle spiegazioni accademiche, è davvero bizzarro. Ci sono persone che dopo un incidente, più o meno grave, hanno sviluppato un dolore lancinante nel punto in cui si erano fatti male. Alcune persone, dopo una frattura, continuano a percepire lo stesso dolore, intenso come all’inizio, anche se più vago. Altre, in seguito ad episodi di “violenze ed abusi”, hanno sviluppato come una sorta di iperattivazione che l’hanno portati a provare un dolore variabile in intensità, ma sempre presente e, sopratutto, ubiquitario.

Tutti questi pazienti si sono ritrovati con i loro dolori, in piedi, davanti ad un sistema sanitario non in grado di capirli, perché semplicemente più attrezzato a far fronte a dolori riconducibili a qualcosa di visibile e misurabile.

Questo dolore però non è né visibile né misurabile. Sappiamo solo che è presente. Ci sta. Sempre.

La cosa più strana che può capitare a queste persone mentre vagano alla ricerca di qualcuno che gli crede è di essere creduti.

Non ho detto essere curati, bensì creduti. In queste condizioni si inizia a mettere in dubbio perfino la propria sanità mentale. E poi ci scandalizziamo quando riscontriamo alti indici di depressione in queste persone? Nelle stesse persone che magari, prima che tutto ebbe inizio, erano “normali”, o almeno le persone a loro vicino così le definiscono. Queste persone spesso non sono depresse, anche se tutti lo vorrebbero, ma semplicemente inascoltate.

Per questo motivo, nel mio Blog, è presente un apposito centro di Ascolto per le persone che non sanno con chi parlare dei loro problemi.

La colpa non è solo dei medici, ma di tutto il sistema che, volente o no, non è preparato.

Sono casi complessi. Per il dolore cronico, ci sono molti elementi in gioco, inclusi i fattori psicosociali, e quando si mescola tutto, c’è molto da interpretare e risulta difficile capire da dove iniziare. Il tuo medico potrebbe non avere alcuna formazione in questo settore.

Un altro problema è che ogni paziente con dolore è diverso. Non esiste un approccio standard per aiutare ogni individuo a gestire il proprio dolore. È molto soggettivo. Ciò lo rende molto complesso, ma lo rende anche una condizione molto invalidante e stigmatizzata. Quando pensiamo alla medicina, pensiamo che sia scientifica e misurabile. Con una parte del tuo corpo che è “rotta”, possiamo “vederlo”. Ma per il dolore, quando diventa cronico, non è così.

Il dolore è considerato cronico se persiste per più di tre mesi senza alcun segno di un problema fisico. Quindi non è più un problema di ossa o tessuti, ma un segno che qualcosa non va nel sistema nervoso. Quindi il modello anatomico che vede dolore=lesione non regge più. Per trattare il dolore dobbiamo smettere di pensarlo solo come sintomo. Durante le mie consulenze online, uno dei punti su cui mi concentro di più durante il primo colloquio, è proprio quello di far capire come funziona il proprio dolore e, di conseguenza, come poterlo affrontare in modo efficace.

La stigmatizzazione associata all’avere una condizione invisibile come il dolore cronico e la fibromialgia, è stata aggravata anche dalla continua prescrizione di farmaci rivelati poi inutili.

Ciò, si spera, dovrebbe portare ad una sempre più incentivazione dei percorsi e programmi di Riabilitazione del Dolore cronico che risultano essere più effettivi in termini di risultato nel tempo, come si evince dalla storia di Chiara con cui parlo in questo articolo.

Come ci si sente?

Se leggerete il mio articolo più letto ed apprezzato “Cosa sente una persona con la Fibromialgia“, credo di aver descritto in maniera più che esaustiva alcuni dei pensieri ed atteggiamenti di chi soffre con un Dolore persistente da anni.

Le persone che non vivono con il dolore persistente non riescono a capire come sono.

L’unico riferimento da cui le persone con dolore persistente ipotizzano sia partito il “tutto”, spesso, è un episodio di dolore acuto iniziale. Questo potrebbe essere stato anche terribilmente forte per loro in quel momento, ma una volta che il normale periodo di guarigione è trascorso, o hanno subito un intervento ripartivo risolutivo, tornano alla loro vita come di consueto. Ma il dolore permane.

Troppa attenzione rimane sul problema originale che ha causato il dolore, e non abbastanza sul fatto che, per alcuni, il dolore stesso è l’unico problema rimanente.

Curare i pazienti con dolore cronico sarà sempre difficile. Ma c’è molto spazio da percorrere per migliorare l’assistenza sanitaria nell’affrontare questo problema, e l’essere diffidenti nei confronti dei pazienti che cercano sollievo dal dolore persistente non aiuta. Dobbiamo iniziare a sviluppare una maggiore compassione ed iniziare a credere di più a queste persone.

Ci saranno anche alcune persone lamentose, bugiarde ed in cerca di farmaci per sballarsi in giro, ma questa è l’eccezione piuttosto che la regola.