Insegnare il Dolore

Il dolore, seppur spiacevole, è una normale esperienza umana. Senza la capacità di provare dolore, le persone non sopravviverebbero. Vivere nel dolore costante, tuttavia, non è sicuramente normale. Il dolore che dura oltre il normale tempo di guarigione dei tessuti in seguito ad un danno o ad un malattia (ma anche in assenza di esso, come nella Fibromialgia), è chiamato dolore cronico o persistente. In tutto il mondo, la percentuale di persone che convivono con dolore cronico sta aumentando. Solo negli Stati Uniti, il dolore cronico come malattia a sé è quasi raddoppiato negli ultimi 15-20 anni. A questo aumento, corrisponde un aumento anche del costo sanitario.

La medicina tradizionale è fortemente radicata in un modello biomedico. Il modello biomedico si basa sul concetto che danno tissutale e dolore siano una cosa sola; pertanto, ad un aumento del dolore corrisponde un aumento della lesione tissutale e un aumento dei problemi tissutali porta a più dolore.
Ad avvalorare questa interpretazione centenaria del dolore è anche la convinzione radicata nel sistema sanitario che questo modello sia ancora valido. Ad esempio, se un paziente si presenta dal medico con una lombalgia, questi, nella maggior parte dei casi, interpreterà questo mal di schiena come un segnale di qualcosa che non va nella colonna vertebrale del paziente. Di conseguenza sarà prioritario correggere od operare “quel qualcosa che non va” al fine di ridurre il dolore ed aumentare la funzionalità. Oltretutto l’utilizzo di parole come “degenerazione”, “danno”, “rottura del disco”, e via dicendo, non fa altro che generare ansia e preoccupazioni che porteranno il paziente a limitare i normali movimenti per paura di creare danni, e quindi ridurre la possibilità di recupero spontaneo (Leggi questo articolo per maggiori informazioni sugli errori nella gestione del mal di schiena).

due menti che parlano

Questo approccio è totalmente sbagliato e si discosta da tutte le ultime scoperte in campo di Neuroscienze. Ormai sappiamo che il dolore cronico è più il frutto di un fenomeno di sensibilizzazione centrale, piuttosto che un danno ancora da riparare. Quest’ultima concezione non fa altro che far rimanere la mente del paziente in uno stato di allerta continuo.

In questo contesto risulta fondamentale insegnare ai pazienti come funziona il loro Dolore. Insegnare al paziente che soffre di dolore cronico i meccanismi alla base del proprio dolore può aiutare il paziente a migliore diversi parametri:

  • Il dolore diminuisce;
  • La funzione migliora;
  • La paura diminuisce;
  • I pensieri sul proprio dolore sono più positivi e meno catastrofici;
  • Una migliore comprensione porta ad una migliore gestione;
  • Il movimento migliora;
  • Il corpo riprende a funzionare meglio;
  • I pazienti spendono meno denaro per test e trattamenti medici inutili;
  • Diminuisce la sensibilizzazione centrale;
  • Le persone sono più disposte a fare esercizio fisico e partecipare a programmi di riabilitazione del dolore cronico.

L’educazione al dolore così concepita modifica la percezione del dolore da parte del paziente. Il paziente comprende che il dolore non necessariamente deriva dalla presenza di un danno, quanto da una ipereccitazione del proprio sistema nervoso. Ciò favorisce una diminuzione dello stato di ansia e pre-allerta, e ci si ritrova più predisposti a partecipare a programmi di esercizio fisico.

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Approfondisci e studia quello che non capisci.

Non credere a prescindere.

Prima di tutto cambia tu.

MUOVETEVI, poco, male, con i vostri tempi. Ma MUOVETEVI. 

Enzo Basile